Recensione: Mumford & Sons - Babel

Dopo 3 anni dal loro primo lavoro, tornano in pompa magna i Mumford & Sons, band britannica folk rock che molti di voi ricorderanno per la loro perla regalata alla Pixar nella colonna sonora del film Ribelle - The Brave. Visto il forte successo di Sigh No More nel 2009, Marcus e compagnia hanno composto un disco che nulla ha da invidiare al predecessore e che anzi accresce ed amplifica il (meritato) successo del gruppo.


Apriamo il disco con una title track, Babel, ricca di energia e di movimento, dalla voce quasi aggressiva e perfettamente incastrata nella miriade di corde che smuovono tutto il pezzo. Non troviamo un tema principale per quanto riguarda il testo, che sembra parlare di Babele in rovina ma che richiama più la sua simbologia di luogo caotico che non la città in sé: uno stralcio del testo recita “And my ears hear the call of my unborn sons and I know their choices color all I’ve done” ovvero “E le mie orecchie sentono il richiamo dei miei figli mai nati e so che le loro scelte colorano/influenzano tutto quello che ho fatto” e ci fa capire quanto i pensieri di Marcus siano, come la città biblica, confusi, caotici, frastornati. Passiamo, elettrizzati dalla testa ai piedi, ad un secondo brano, Whispers in the Dark, più lento e riflessivo, un crescendo di emozioni, diviso in tre parti musicalmente ben distinte. L'autore qui trasmette inizialmente un sentimento triste, essendo stato lasciato dalla compagna, cosa che l'ha fortemente depresso e fatto soffrire. Ci racconta com'era la situazione, le bugie "sussurrate nel buio" da lei e, soprattutto, di come sia riuscito, grazie a questo trattamento meschino, a trovare chi veramente lo ama e lo apprezza per ciò che è, "sotto il sole". Per questo arriva perfino a ringraziare la sua (ormai) ex per l'esito della relazione. (e mi verrebbe un paragone con un altro lavoro sentimentalmente molto carico che più che voltare pagina sembra voler far cadere in depressione l'ascoltatore, in certi punti....) "I will wait" ci attende in terza posizione nella tracklist, un inno alle coppie in difficoltà accompagnato da forti schitarrate e da un banjo a dir poco super, quasi a voler fisicamente spingere gli ascoltatori fuori dal grigiore di una situazione sentimentale turbolenta e a suggerire loro che insieme si può superare ogni ostacolo. Testi e musiche le accordano il podio nella mia classifica personale di brani in questo disco.





Ritmata ed energica anche la quarta traccia, Holland Road, in cui torna il tema sentimentale: Marcus canta, infatti, le sue pene di un amore non corrisposto da una "mente callosa" che non lo considera. Ma lui resta convinto della genuinità dei suoi sentimenti e continua, imperterrito, la sua opera di "conquista": "And when I've hit the ground, neither lost nor found, If you'll believe in me I'll still believe" (E quando avrò toccato terra, nè perso nè ritrovato, se credi in me io ci credo ancora) Scendiamo ancor di più nel lato "buio" dell'album con "Ghost that we knew", traccia molto intima e molto sentimentale, in cui la voce chiede aiuto per scacciare quei fantasmi del passato (sempre amoroso) che lo tormentano nei momenti di maggior pena. L'aggiunta centellinata delle due chitarre che, una per volta, prendono parte al pezzo, non fa che accrescere l'emozione che la voce di Marcus ci regala in questa traccia. Stupenda, a mio avviso, la frase d'apertura del ritornello: "So give me hope in the darkenss that I will see the light" (Dammi speranza nel buio, cosicché io veda la luce). E dal buio passiamo, letteralmente, alla luminosità, con "Lover of the light", secondo singolo tratto da Babel, pezzo energico e cadenzato, in cui il solito Marcus, oltre a cantare, ci elettrizza alla batteria con un'energia travolgente. Qui confida la profondità dei suoi sentimenti alla sua bella, spingendola ad ascoltarlo anche dopo aver commesso degli errori ("I have done wrong, you built your tower, but call me home and I will build a throne", ossia "ho sbagliato, tu hai costruito la tua torre/ti sei chiusa in te stessa, ma richiamami a casa e costruirò un trono") dicendole inoltre che sarà amata oltre ogni misura, se decidesse di tenerlo accanto a se ("Love the one you hold and I will be your gold", ovvero "Ama coloro che stringi e sarò il tuo oro/oro per te").




Arriviamo alla settima traccia, Lover's Eyes, che ahinoi ci parla di un tradimento (di lui verso di lei) e di come ci si senta sotto lo sguardo dell'amata dopo il misfatto: a giudicare da quanto si legge, deve far male. Tanto male da appellarsi a Dio, supplicandolo di morire sotto quello sguardo che tanto si ha amato e che tanto si ha deluso ("Lord, forget all of my sins, oh let me die where i lie, 'neath the curse of my lover's eyes", che suonerebbe "Dio, dimentica tutti i miei peccati, oh fammi morire dove giaccio, sotto la maledizione degli occhi dell'amata"). Musicalmente non troviamo nulla di particolare, ma la dialettica e le strette assonanze e rime del brano donano un posto speciale nel nostro cervello e, nonostante la bruttezza del tema, ci ritroveremo spesso a canticchiarne il motivetto. "Reminder" è, a tutti gli effetti, un promemoria, per l'autore e per noi ascoltatori: breve pezzo, dolce e carico di sentimento, presenta il cantante nell'atto di ricordare a se stesso (e a noi che lo sentiamo) che senza l'amore sarebbe perduto. Ballad di un paio di minuti, presa da sola sarebbe una traccia interessante ed emozionante, ma stona e passa in secondo piano a confronto con tale bellezza accatastata prima e dopo di essa in Babel. Torniamo al "grigiore" ed alla malinconia con "Hopeless Wanderer", ma seguendo un sentiero completamente diverso: musica ritmata e convincente, strumenti separati e ri-fusi assieme in modo magistrale e cori energici fanno da fulcro ad un pezzo che, fondamentalmente, dice "so che mi vorresti, ma sbrigati che scappo via" (banalotto, vero? eppure...). Stupenda la concatenazione di ritmiche diverse nel bridge prima del ritornello, così come le frasi che la accompagnano: "So when your hopes on fire, but you know your desire don't hold a glass over the flame, don't let your heart grow cold, I will call you by name, I will share your road" (Perciò quando le tue speranze ardono, ma conosci i tuoi desideri, non tenere un vetro sulla fiamma, non lasciare che il tuo cuore si raffreddi, ti chiamerò per nome, condividerò la tua strada) seguita da uno sprint e da un secco "But hold me fast" (Ma tienimi in fretta) sparato nel ritornello. Geniale, piacevole. Bello. Senza dubbio il mio brano preferito del disco.




Ci avviamo alla chiusura del disco con "Broken Crown", triste ed intensa traccia in cui torna anche la rabbia, sia nelle melodie che, soprattutto, nelle note cantate, molto più incisive, quasi "graffianti". Qui Marcus ripercorre tutte le bugie e i colpi gobbi subiti dal partner e ne soffre, quasi fisicamente, ripromettendosi di non accontentarsi più delle giustificazioni di lei ("I'll never wear your broken crown", "non indosserò mai la tua corona rotta"). Penultima traccia di Babel è la nitida "Below my feet", con cui Marcus e compagnia ci spingono a non lasciarci troppo influenzare dagli eventi e a rimanere coi piedi saldi a terra, il tutto accompagnato da una freschezza strumentale coinvolgente data da un banjo e da un piano ben in sintonia tra di loro. "Not with haste" chiude questo album con un retrogusto malinconico e sognante. Ci trasmette la serenità di un genuino rapporto di coppia, basato sulla fiducia reciproca e sul sostegno del partner in difficoltà, che implicitamente risponde di si quando lo si chiama in situazioni di disagio ("So as we walked though fields of green, was the fairest sun I'd ever seen, and I was broke, I was on my knees, and you said yes as I said please", ovvero "E quando camminammo su campi di verde/erba, c'era il più limpido sole che abbia mai visto, ed ero rotto, ero in ginocchio, e tu hai detto 'si' quando ho detto 'per favore' "). Stupenda, a mio avviso, la frase di chiusura, che fa trasparire quanto l'autore possa amare la persona a cui ha indirizzato questa canzone: "And I will love with urgency but not with haste" (E amerò con urgenza/trasporto ma non di fretta). Insomma, tecnicamente poco dissimile dal predecessore Sigh No More, tranne qualche ritmica intrecciata e qualche strumento a fiato incastrato qua e la, ma molto convincente nell'insieme, Babel è un disco pieno, completo: ci rallegra, ci rattrista, ci fa leggere in noi e ci fa trovare risposte dove meno ce lo aspettavamo, ci fa emozionare mentre ci immaginiamo a correre verso la nostra amata (o amato, ovviamente!) e ci fa ricordare con dispiacere i torti subiti, spingendoci poi a voltare pagina. Un successo meritatissimo, che sarà poi ufficializzato, 5mesi dopo, con la vittoria del premio Grammy Award 2013 per il miglior album dell'anno.

1 commenti:

  1. Giusto settimana scorsa su sky arte hanno fatto vedere un loro concerto con il dietro le quinte.Anche se non sono il mio genere sono davvero bravi e la voce del cantante è davvero bella!

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